domenica 23 agosto 2009

Rivoluzione costituzionale.


Rivoluzione costituzionale.
C’è una forte crisi economica a livello mondiale. Il peso di guerre… anzi, scusate, di operazioni di polizia, di aumento indiscriminato del prezzo del greggio, di disparità di trattamento salariale tra gli Stati nazionali, sta corrodendo e corrompendo la società occidentale così come era stata concepita. Ricordate il primo capitolo della nostra Costituzione? Il nostro è uno Stato fondato sul lavoro. Come si può pensare che vi sia un senso etico, civile, sociale, tra questo concetto e la costante perdita occupazionale e reddituale delle famiglie italiane? Non può. Fa soltanto parte della grande menzogna globale nella quale siamo immersi ogni giorno della nostra vita. La società civile che i padri fondatori della nostra nazione avevano idealizzato non esiste più. E’ morta. Annegata nei vizi e nei capricci di capitalisti che smettono di fare all’amore perché il marito miliardario vorrebbe acquistare uno yacht anziché un transatlantico, di corporation che con le loro industrie uccidono il pianeta con emissioni gassose e radioattive, veleni liquidi e polveri chimiche. In fondo a questi esempi c’è la grande massa di gente comune che non riesce ad arrivare alla fine del mese e si indebita sempre di più con società di malaffare o banche troppo scaltre perché venga loro permesso di continuare ad esistere. Non credevo, da liberista, che un giorno sarei arrivato a sostenere l’esigenza di una rivoluzione ma è così. Abbiamo bisogno di un cambiamento radicale. Il capitalismo imperante, che ha ucciso il ricordo delle nostre radici ed il senso della civiltà, va abbattuto con una spallata poderosa. Un popolo darà l’esempio per tutti e con un effetto domino ad esso ne seguiranno altri. Non saranno gli italiani a ribellarsi. La nostra storia ci insegna che siamo più bravi ad adattarci alle condizioni in cui ci troviamo. E’ per questo motivo che non siamo simpatici ai francesi e per cui auspico che facciano loro il primo passo. Liberté, égalité, fraternité. Ecco ciò di cui abbiamo bisogno anche se non tutti se ne sono ancora accorti.

giovedì 20 agosto 2009

Cento preghiere


Sembrava una di quelle tranquille notti di inizio autunno con l'aria fresca che ti sfiorava la pelle e ti entrava nei polmoni riempiendoti di gioia di vivere. Nel cielo scuro le stelle parevano tanti piccoli fuochi che si accendevano e si spegnevano a seconda della intensità con cui i miei occhi cercavano di fissarle. Le case attorno a me erano molto vecchie e la luce dei lampioni le illuminava implacabilmente, quasi volesse sottolinearlo. E la luna era assente. La Luna, musa ispiratrice di poeti innamorati, mi rendo conto che può sembrare sciocco ma ogni qualvolta la osservo e mi lascio inebriare dai suoi fiocchi raggi, così vivi, eppure insufficienti ad illuminare il globo, mi sento rinascere. La sua vista mi lenisce qualsiasi dolore, mi fa sognare. Ogni volta che splende piena, alta nel cielo mi affaccio alla finestra e cancello in un istante tutti i miei problemi. Sembrava una di quelle tranquille notti di autunno. Ma non era così. Chiusi la finestra dopo circa un'ora di meditazioni profonde. E' curioso, quando mi capita di osservare delle autentiche meraviglie del creato come una cascata, un'impervia montagna, il sole, la luna, gli effetti di un vento impetuoso o chessò altro forse non mi viene da pensare da chi o da che cosa tutto ciò ha avuto origine quanto invece il mio posto in esso. Sono sicuro che, in fondo, tutti noi si è alla ricerca di qualche cosa anche se non sempre sappiamo esattamente dove cercare. E più si cerca di capire, più ci si sforza di trovare, più ci si ostina a lottare e più una soluzione ci appare lontana. Cosa ci faccio qui? Quale posto occupo nell'imperscrutabile stato delle cose? Se fossi una montagna sarebbe tutto più facile, avrei maggior coscienza sul disegno cosmico. Conoscerei esattamente il mio destino, il mio posto in tutto questo. Ma sono un uomo e non sono legato ad un solo luogo della terra e la mia mente si pone costantemente interrogativi ai quali non so dare, molto spesso, delle risposte. Credo di possedere, con gli occhi, una grande maledizione. La vista mi da l'opportunità di percepire i sincronismi del complicato meccanismo della vita sulla terra. Ma non sanno portarmi oltre. Non sanno mostrarmi il mio ruolo. A volte mi capita di odiare intensamente i miei occhi capaci di vedere perfettamente solo il buio e le mie gambe capaci di portarmi nel dappertutto di nessun posto. E tutto quello che faccio dove mi conduce? Alle porte del ventunesimo secolo la razza umana si vanta di aver formato vere e proprie civiltà, di vivere più a lungo e di avere creato le città. Queste ultime occupano un'enorme spazio e forniscono un solido, molto spesso, inutile riparo da eventi che non può in nessun modo fermare. Come sosteneva qualcuno, però, una città è fatta soprattutto di mura, cioè di qualcosa, un ostacolo, che impedisce l'ingresso o l'uscita a qualcos'altro. Non è questo che ci serve. Non è questo che mi serve. Cercare di non pensarci non è la soluzione migliore. Ecco, sapevo che sarei arrivato a tutto ciò. Sono diventato matto. Mi ritrovo terribilmente impacciato, insicuro. Non capisco più nulla, nessuno. Nella sala, l'attesa si faceva sempre più insostenibile. Eppure ero stato io a scegliere tutto questo. Forse per vigliaccheria, per il peso delle responsabilità o chessò altro. Avessi fede in qualche cosa potrei mettermi a pregare ma non ci riuscirei. Per tutta la mia vita ho cercato di rendermi invulnerabile. Una ricetta che mi facesse sopravvivere al mio tempo. E l'ho trovata. Ma non sono ancora soddisfatto di me stesso. Mi manca la passione, il respiro dell'esistenza. Non sono mai riuscito ad avere bisogno degli altri. Solo oggi che ho un tremendo bisogno d'aiuto, mi sento vulnerabile come la più minuscola ed indifesa delle creature della terra e la cosa mi sconvolge e confonde al tempo stesso, mi rendo conto di quanto sia sbagliato questo mio atteggiamento. Anche se ciò fa pugni con tutta una parte della mia vita. Ma per la prima volta non mi importa nulla di me stesso, di ciò che sono, di ciò che ho. Persino l'attesa, sottile tortura psicologica, diventa più dolce del miele. Mi senti mondo! Oggi porgo il fianco alla vita. Non ho più paura delle tue stoccate. Non mi preoccuperò per il dolore, anzi lo voglio assaporare tutto per intero. Perché anche il dolore è frutto della passione e frenetico respiro dell'esistenza. Un rumore proveniente dal corridoio mi riporta alla realtà. Una porta si apre. Una donna approssimativamente dell'età di 50 anni mi invita a seguirla. Spegnerei volentieri una cicca di sigarette in terra. Ma non fumo. Ringrazierei Dio con una,cento preghiere. Ma non credo. Tirerei un sospiro di sollievo. Ma ho i polmoni letteralmente bloccati. Forse correrei se non avessi le gambe legate al suolo da robuste ed invisibili catene. Eppure, in qualche modo, riesco a divincolarmi. La donna mi precede spedita ed io non le sono da meno. Non so bene da dove arrivi tutta questa calma, questa serenità che pervade la mia anima in questo momento ma quando si apre davanti a me anche l'ultima porta e vedo la donna della mia vita sdraiata su di un letto, provata, eppure ancora così forte, e con accanto una creatura che per orgoglio ed egoismo definisco "mia", forse incomincio a capire. Mi precipito al capezzale del letto di mia moglie, più bella che mai, ed ella mi sorride soddisfatta e con un cenno del capo mi mostra il frutto più bello dell'albero della nostra unione. Poco tempo prima mia moglie mi aveva raccolto come si raccoglie un tenero cucciolo di uccellino cascato dal nido per ricongiungerlo ai suoi genitori. E tra un frusciare di ali e cinguettii stavo incominciando a capire. Sì finalmente ho capito. L'orgoglio e l'egoismo scompaiono lasciando il posto alla consapevolezza. E' bastato guardare negli occhi di mia moglie più profondamente del solito per capire che Egli esiste. Ma non ho più tempo per i pensieri sterili ed inconcludenti. Ho una famiglia “numerosa” che mi aspetta e cento preghiere con cui ringraziare un Amico.

lunedì 10 agosto 2009

Fantasia o realtà?


Che cosa hanno in comune i ladri di biciclette di Zavattini, il cuore della Tamaro, il verismo di Verga, i cine-panettoni di De Sica? Mi capita spesso di incontrare delle persone di nazionalità italiana refrattarie alla lettura dei miei libri ed a quelli di tanti amici scrittori. Da loro ricevo una critica interessante e degna di nota. “Noi siamo per la realtà”. In questo modo mi viene detto che scrivere libri di fantascienza o ispirarsi alla letteratura fantastica, fantasy, è una scelta commercialmente inadeguata al mercato italiano. Il cinema, la letteratura nostrana, sembrerebbero improntate su di un verismo privo di qualsiasi fronzolo, di un orpello di fantasia. E’ una particolarità tutta italiana. Non è un bene. Non è un male. E’ una scelta che ci distacca dal resto dell’Europa e dal continente americano. Ancor più singolare è il fatto che questa caratteristica è in netto contrasto con la nostra più tipica e riconosciuta capacità. Perché un popolo che fa della fantasia la sua peculiarità si diverte, si rilassa, si distrae, impara e si forma con strumenti culturali che raccontano episodi di vita vissuta o perfettamente vivibile? Curioso fatto. Risposta alla domanda ignota. Dal canto mio continuerò a scrivere libri di avventure, elaborerò metafore, mi ispirerò alla letteratura fantastica di stampo americano. Chi acquisterà un mio romanzo avrà per le mani due chiavi di lettura. La prima è la superficie della metafora. In essa il lettore scoprirà una storia fatta di avventura, di azione mozzafiato, di suspence, di mistero. La seconda, la più profonda e ricca di significati, si trova tra le righe e presuppone uno sforzo intellettivo. In effetti, leggere un mio romanzo è un po’ come fare le parole crociate e al contempo essere immersi in una riflessione su di un tema sociale e contemporaneo di vitale importanza. Chi ricerca il puro divertimento può giocare e divertirsi con quello che legge. Chi ricerca qualcosa di più ed ha voglia di osare può interpretare la metafora e riflettere sul suo contenuto. I miei libri, i miei romanzi, le mie storie, si rivolgono agli italiani più esigenti, a quelli che non si accontentano. Mai. A loro auguro una buona lettura. Ed anche a tutti gli altri.

domenica 2 agosto 2009

Tanto è così dappertutto.


Nonostante ciò che ho imparato a scuola ho recentemente scoperto che un assegno circolare emesso da una banca in favore di un proprio correntista impiega 5 giorni ad essere monetizzato nel suo conto. Gli assegni normali, a debito, vengono immediatamente pagati a qualunque sconosciuto si presenta allo sportello. L’obiettivo di questo stranissimo comportamento sta nel fatto che l’obiettivo di una banca è quello di vendere soldi e quindi trova vantaggioso mettere i propri correntisti in una situazione debitoria. In fin dei conti si tratta di un altro modo di fare dei prestiti ribaltando il rapporto con il titolare del conto. Non solo le banche pagano ai correntisti un interesse molto più basso delle commissioni e delle spese che servono per il mantenimento dello stesso ma addirittura cercano di costringere i propri clienti a prendere in prestito del denaro di cui non hanno bisogno. Disgustato per la scorrettezza dimostrata dalla mia banca ho deciso di rivolgermi ad un concorrente e gli amici e gli operatori del settore, quasi fossero stati un esperto coro di voci bianche, mi hanno consigliato di lasciar perdere perché “tanto è così dappertutto”.
La città dove risiedo non è certo famosa per tornado, trombe d’aria, uragani, eppure mi capita spesso che basta la presenza di una nuvola in cielo perché venga interrotto il servizio telefonico di un importante gestore nazionale. Secondo contratto (stipulato telefonicamente e quindi…) i tecnici hanno un massimo di 4 giorni lavorativi per risolvere il mio problema. Non avendo stipulato un contratto Business (in questo caso, almeno a parole, si garantisce una maggiore rapidità) rimango senza possibilità di collegamento alla rete, senza possibilità di effettuare o ricevere telefonate, di vedere i canali televisivi che necessitano di decoder per diversi giorni. Il limite massimo, ovviamente, diventa la prassi e non un evento straordinario. Seccato per la scorrettezza della società che pago perché mi fornisca il servizio di cui ho bisogno ho paventato l’ipotesi di cambiare gestore. Ancora una volta il coretto vox populi è stato lo stesso: “lascia perdere perché tanto è così dappertutto”.
Ho vinto una causa civile ed ho diritto ad un risarcimento danni ma la ditta soccombente non paga e nella mia stessa situazione ci sono tantissimi altri connazionali. Il titolare della società in questione è la massima figura istituzionale del CNA regionale. Quest’uomo perora la causa di tante ditte artigiane che in questa crisi rischiano di scomparire perché le banche non agevolano sufficientemente il credito. La banca che ha la maggiore esposizione nei suoi confronti è “la mia banca”. Si potrebbe tranquillamente affermare che, con il mio lavoro, sto prestando soldi a chi non me li restituirà mai. Quando ne parlo con qualcuno mi sento ripetere la solita solfa: “lascia perdere perché tanto è così dappertutto”.
Leggo il giornale e il mio umore non migliora. Gli articoli che scorrono davanti ai miei occhi mi mostrano una società scorretta, ipocrita e castista. Arrivo fino all’ultima pagina e mi accorgo che manca un’articolo. Mi riguarda. E’ quello in cui decido di non pagare le tasse e decido di smetterla di comportarmi con senso di responsabilità, con correttezza, onestà e civiltà. Il motivo? “Tanto è così dappertutto”.

martedì 28 luglio 2009

O la Borsa o la vita.


Il commercio odierno, quello della globalizzazione, quello della crisi, sta vivendo una lunga pausa di riflessione. La politica, molto spesso ignorata e corrotta dalle corporation, sta cercando di ricuperare quella posizione di controllo che le compete. Tuttavia, gli imprenditori sono restìi a cedere il passo ad un organo che possa limitare le libertà che sino ad oggi si sono concessi, gli studiosi non trovano il bandolo di una matassa perché troppo aggrovigliata ed incapace di sciogliere i nodi più difficili con i vecchi "storici" modi. Occorre qualcosa di nuovo. Occorre ripensare ad una nuova economia affidandola, finalmente, alle regole di mercato (vecchie e storiche). Un grosso problema al progresso ed alla evoluzione dei mercati è l'ostacolo delle relazioni trimestrali. Ogni trimestre, gli Amministratori Delegati delle imprese si rivolgono agli azionisti mostrando l'andamento dell'azienda. Questo modello di comportamento ha comportato una esasperata ricerca dell'utile, dell'accumulazione di capitale "sporco, maledetto e subito". Credo occorra ripensare a questo modello dando alle imprese un lasso di tempo economicamente più consono per vedere concretizzarsi delle scelte finanziarie. Ciò sarà possibile, ad esempio, se le Borse mondiali "lavoreranno" un solo giorno la settimana in luogo dei 5 attuali. Se si realizzerà questo progetto, gli azionisti avranno tempi più lunghi per valutare l'operato dei propri dipendenti e l'andamento economico dell'azienda. Verranno premiate quelle scelte che in un periodo più lungo daranno dei benefici. Il licenziamento dei dipendenti, lo smantellamento di alcune filiali, la esternalizzazione di diverse produzioni, ecc. impoveriscono un'impresa e i tempi lunghi possono dimostrarlo. Occorre solo "allentare i cordoni delle Borse". Facciamolo. E in fretta.

mercoledì 22 luglio 2009

Il buco nero dell'economia


La recente crisi economica mi sembra sovverta ogni regola di buon senso. Se esiste un problema di tipo finanziario, determinato sulla base di una mancanza di liquidità da parte degli istituti di credito degli Stati Uniti, non capisco come possa essere risolto diminuendo la domanda di prodotti. Purtroppo, è ciò che sta avvenendo davanti ai nostri occhi. Le aziende di varia grandezza, in tutte le regioni del mondo, stanno combattendo gli effetti della crisi facendo ricorso alla cassa integrazione o al licenziamento dei dipendenti. Ora o io non capisco un'acca di economia, e questo lo posso anche concedere, oppure qualcuno sta ciurlando nel manico. Come si può combattere una crisi che non è nata come mancanza di domanda diminuendo i soggetti in grado di sostenerla? Perché le aziende continuano a non ridurre i prezzi delle merci (per far ripartire questa benedetta economia) e si prodigano invece per lasciare senza lavoro milioni di persone? Perché? A chi giova creare disagio e diminuzione della domanda? Il meccanismo, in verità, è assai semplice e l'Italia è un esempio (negativo) in tal senso. Quando le nostre aziende erano in crisi in tempi precedenti all'Unione Europea i nostri statisti svalutavano la moneta. In questo modo, di fatto, il prezzo di un prodotto scendeva anche quando aumentava. Questo perché il valore della nostra moneta era cambiato e per acquistare della merce italiana occorrevano meno dollari che in precedenza. Che cosa sta succedendo, oggi, con una crisi di mercato? Le aziende mantengono alti i prezzi dei prodotti, i magazzini sono pieni di merci invendute e i dipendenti sono forzatamente in ferie, in cassa integrazione o cercano di sbarcare il lunario inventandosi nuove forme di occupazione. Un risultato concreto questa crisi, fino a quando non finirà, è già riuscito ad ottenerlo: ci sta mostrando l'impreparazione e l'improvvisazione alla base dei politici, degli economisti e degli imprenditori di questo mercato oligopolista mondiale.

lunedì 13 luglio 2009

ZU’ TURIDDU


Lo chiamavano “ U ZU’ TURIDDU “, ma il suo nome era Salvatore Eoliano. Salvatore è un nome molto diffuso nella marineria siciliana. Viene imposto dai genitori quasi per accompagnare il neonato sino dal Battesimo, con un augurio di salvezza, sapendo, già da subito, che quel bambino, nuovo nato di generazioni di pescatori, trascorrerà la sua vita sul mare.
Il mare, si sa, è amico ma può essere anche nemico, terribile nemico, animato spesso da venti impetuosi ed impietosi.
Salvatore era stato sempre per mare, ma ora che era incanutito e la sua pelle era riarsa dal sole e dal sale, privo ormai della forza di spingere i remi od anche soltanto di reggere la barra del timone, trascorreva le sue giornate a terra. Brevi scambi di parole con i coetanei, lo sguardo vagante da un’isola all’altra o intento a seguire il lento volo dei gabbiani perso fino all’orizzonte, oltre l’orizzonte.
Conosceva alla perfezione gli umori del cielo, sereno o minaccioso sopra le nuvole; conosceva l’agire dei venti a seconda della direzione da cui soffiavano; conosceva il mare nel suo variare dei colori, dal blu notte all’azzurro e al verde più improbabile; per questo, dall’alto della sua vasta esperienza di pescatore ottantenne, era prodigo di consigli ai giovani che si avventuravano in mare e che lo ascoltavano con deferenza. Ricordava il tempo in cui era stato giovane e in paese lo chiamavano Turiddu, ma ora, da vecchio, era diventato “u zu’ Turiddu”, dove quel “zu’” sta per “zio”, in segno di rispetto e di affetto .
Di cognome si chiamava Eoliano. Una parola che comprende tutto: terra mare e cielo; perché “ eoliano “, come aggettivo, significa esser nativo delle isole Eolie . La sua cara terra, le isole Eolie, così chiamate in memoria di Eolo, il dio dei venti, figlio del dio del mare Poseidone.
Le isole Eolie, le “sette sorelle”, le “sette perle”, come amano chiamarle gli stessi eoliani, sono parte di un mondo cristallizzato nel tempo, che affonda le radici in un passato remotissimo, nel mito, e pur tuttavia protende le braccia verso il futuro .
Zu’ Turiddu, metafora di tale passato e di tale futuro, d’estate veniva circondato, sulla spiaggia di bianca pomice, dai tanti turisti in vacanza che in lui vedevano il saggio, il mito. Il simpatico sapiente pescatore, seduto su uno sgabello di legno a tre piedi, riparava le reti da pesca e con piacere raccontava le storie di quelle terre. Soprattutto era amato dai bambini, quelli dell’ isola e quelli che d’estate arrivavano per le vacanze; era per loro il “ cuntastorie ”, erede degli aedi greci e dei menestrelli provenzali.
Nelle lunghe notti di pesca, alla luce della lampara, zu Turiddu aveva avuto come graditi compagni i libri della biblioteca del paese. Aveva letto quanto più poteva sulla sua amata terra ed ora poteva raccontare, affascinando il suo uditorio, quanto lui stesso aveva vissuto e cosa altri avessero scritto della Sicilia e delle isole Eolie in particolare.
La sua maniera di raccontare conteneva gli echi della cultura greca, della parlata levantina dei bizantini, della luce fantasiosa dei musulmani: era, insomma, la sedimentazione storica della cultura siciliana.
“ Lo sapete che anche Omero nell’ Odissea ha parlato di queste isole? Ha scritto che Poseidone, il re del mare che i latini chiamavano Nettuno, aveva qui la sua reggia di nuvole e teneva la sua corte di zèfiri e raffiche e bufere”.
E così iniziava i suoi racconti e narrava delle sette stupende isole che fronteggiano Capo d’ Orlando, sulla costa della Sicilia principiando proprio dalla greca Agatyrso, cittadina che ebbe poi nome da Carlo Magno in onore del suo paladino più amato, Orlando.
Goethe reduce dal suo viaggio in Italia , aveva scritto che “ l’Italia senza la Sicilia sarebbe stata poca cosa”: Zu Turiddu soleva ripetere che la Sicilia senza le sette perle delle Eolie sarebbe stata una regina senza corona .
Zu Turiddu amava parlare di Stromboli, spiegando alla gente che in greco Strongyla vuol dire trottola e che questo nome era stato dato all’isoletta per via del suo continuo sussultare vulcanico, e venuto buio soleva slegare la sua barca per accompagnare al largo i turisti perché potessero assistere dal mare al meraviglioso spettacolo della “Sciara del Fuoco”. Quando, nel buio del cielo notturno lo Stromboli eruttando lava e lapilli protende le sue braccia di rosseggianti lave nel mare ribollente e mai gli spettatori ne rimanevano delusi.
Citava che Alessandro Dumas scrisse di Stromboli, assistendo ad una eruzione :
“questa notte è una delle più curiose che abbia passato nella mia vita …..
non potevo staccarmi da quel terribile e magnifico spettacolo .
Zu Turiddu descriveva poi Alicudi, la greca Erycusa, ricca di strane sculture inventate dalla lava nel tuffarsi nel mare,“ i perciati ed i fili “ ovvero scogli che paiono ponti e colonne, ed insegnava che Filicudi, Phoenicusa, come dice il suo stesso nome è ricca di felci.
Le piccole folle sulla spiaggia sembravano non stancarsi mai di ascoltare il vecchio pescatore che di ogni parte della sua terra conosceva la geografia, la storia ed il mito.
Diceva ancora di Panarea, che un tempo si chiamava Euonimos e quindi Panarion, che vuol dire distrutta, a ricordo di uno spaventoso sisma che della grande isola fece un corteo di isolotti e scogli. E di Lipari, così chiamata dal re argolide Liparo, che vi aveva fondato una città prima ancora che il suo conterraneo re Ilo fondasse Troia.
E parlando di Lipari, con orgoglio, vantava che è l’isola patria del vino Malvasia, fatto con uve liquorose di succo assorbito dalle radici nelle lave. Di questo buon vino Guy de Maupassant scrisse :
“sembra sciroppo di zolfo . E’ proprio il vino dei vulcani , denso , zuccherato , dorato e con un tale sapore di zolfo che vi rimane al palato fino a sera : il vino del diavolo “ .
A questo punto dei suoi racconti, spesso, si versava un bicchiere, riposando un momento e sospirando e dopo averlo gustato, con calma, schioccava la lingua e continuava il suo racconto.
Di Salina descriveva i sei vulcani, parlava delle genti d’origine africana che la abitarono cinque millenni addietro, dei pirati che ne fecero una loro base nel medioevo, del fascismo che la aveva eretta a luogo di confino per gli oppositori del regime. Narrava, al suo attento uditorio, dell’isola di Vulcano, scoglio lanciato nel Mediterraneo dall’immane esplosione vulcanica dell’isola greca di Santorino in epoche mitiche. Rammentava le continue emissioni di fumi lavici, le putizze che mentre cammini sulla spiaggia ti soffiano sotto i piedi e se non hai le scarpe ti bruciano la pelle e che fanno ribollire l’acqua del mare, l’odore acre di zolfo che impregna tutto l’isolotto. Zu Turiddu non tralasciava di citare, infine, Strombolicchio, l’isolotto filiazione della maggiore Stromboli.
Quando si trattava delle “sue” isole non dimenticava nulla, nonostante la memoria, come amava dire, non fosse più “sua amica”.
Nel parlare mescolava i dati storici e tutto ciò che aveva letto, ai suoi ricordi di vita vissuta ed affascinava grandi e bambini raccontando loro di sue avventure accadute realmente o fantasticate o metà e metà.
Con enfasi raccontava di quando nella sua piccola rete per pesce azzurro era incappato nientemeno che un pescecane che aveva mangiato il pesce appena pescato, aveva lacerato la rete e per poco non era riuscito a rovesciare la sua barca. Narrava di quando un fortunale improvviso e imprevisto lo aveva strappato ai remi e lo aveva gettato in mare, dove era sprofondato fino a un pilastro della Sicilia, sorretta da quel Colapesce, mitico mezzo uomo e mezzo pesce, che si era tuffato per ripescare un anello lanciato in mare dalla regina. Ed ancora parlava di quelle Sirene il cui canto lo distraeva dalla pesca e dalla rotta, sicchè gli toccava poi ritornare a terra dopo essere stato al largo tutta la notte, a reti vuote .
Riversava, nelle menti degli attenti ascoltatori, l’immagine di un polpo, un enorme polpo, che in una notte di luna nuova si era innamorato della lampara accesa a poppa della sua barca, l’aveva abbracciata, strappata al legno, avviluppata nei suoi tentacoli, trascinata sul fondo del mare. Diceva che là, in quel tratto di mare, ancora adesso nei noviluni sembra diffondersi come un chiarore di lampara dal fondo, mentre salgono alla superficie miriadi di bollicine. Era il suo modo di descrivere altrimenti delle chiare manifestazioni di vulcanesimo sottomarino.
A volte raccontava di quando le due spiagge di Salina, Cala Bianca di pomice e Cala Nera di lava, divennero rosse, perchè dal mare era salita una strana marea che fuggiva dall’acqua surriscaldata da rivoli di lava incandescente, si trattava di un esercito di gamberi e di paguri, affluiti a migliaia, marciando compatti. Ogni paguro portava nelle chele due perle e le ragazze dell’isola, liete dell’inatteso dono, se ne fecero collane .
Quando l’estate volgeva al termine ed il mare aveva toni di verde cupo e di grigio, con piccole onde coronate di creste di bianca schiuma, i villeggianti ritornavano alle loro città portando nel cuore e negli occhi le immagini dolci e inenarrabili di quelle spiagge, di quel mare; i bambini dell’isola riprendevano a frequentare la scuola …. e Zu Turiddu rimaneva solo, sul piccolo molo del porticciolo.
Ed un giorno, un giorno qualunque di quell’ autunno, venne il tramonto, venne la sera, era una notte di luna piena. Zù Turiddu, immerso nella sua solitudine, piena di confusi ricordi e di inespressi desideri , avvertì più forte che mai il richiamo del mare, la musica dello sciabordio delle onde e lo squittire dei gabbiani: le voci di quel mare che per tutta la vita era stato il suo mondo .
Salì sulla sua barchetta, accese a prua la lampara, sciolse l’ormeggio, spiegò una piccola vela latina, sedette a poppa impugnando come uno scettro la barra del timone .
La brezza di terra entrò nella vela, sospinse la barca al largo ; lui non si volse mai a guardare indietro le luci del paese che si affievolivano nella nebbiolina, né il brillare intermittente dei fari che suggerivano le rotte: guardava solo avanti, la luce degli occhi spersa lontano …. lontano ……
Era ormai notte: il vento tacque, la vela cadde, la lampara si spense ….

I pescatori delle isole Eolie, per indicare il punto
dell’ orizzonte dove mare e cielo si confondono
sotto lo splendore della stella polare, non dicono
parole come settentrione o tramontana, sussurrano:

“unne si perse u Zù Turiddu” *
• dove si perse lo zio Turiddu

“ I CONFINI DELL ’ ANIMA NON LI POTRAI
MAI TROVARE , PER QUANTO TU PERCORRA
LE SUE VIE, COSI’ PROFONDO E’ IL SUO LOGOS .”
(Aristotile)