domenica 1 novembre 2009

Mo’ M’ARRAZZO…


(foto da http://www.verdinrete.it/rieti/regionali2005/marrazzo.jpg)
Mo’ M’ARRAZZO…
Dopo la vicenda che ha coinvolto l’ex-Governatore della regione Lazio i mass-media stanno proponendo ai cittadini italiani spunti di riflessione sui gusti sessuali dei parlamentari. Posto che di fronte ad un evidente tentativo di concussione l’unica risposta possibile da parte di una carica istituzionale è un fermo no, credo sia ininfluente dal punto di vista politico sapere se un parlamentare sia eterosessuale, omosessuale o altro. La differenza tra i cosiddetti Onorevoli è determinata solo dalla loro capacità di comprendere le esigenze dei cittadini, leggere il momento storico nel quale stanno vivendo, formulare delle leggi in grado di garantire il miglioramento dello status quo. Sinceramente, i problemi e conflitti sessuali dei politici italiani non mi interessano e non mi aiutano a vivere meglio. Non desidero essere informato dell’argomento.

Le vere associazioni per delinquere


(foto da http://tmx.com/en/images/highRes/Oct14-2008.jpg)
Le vere associazioni per delinquere
Circola la voce che la crisi stia ledendo i diritti sindacali dei dipendenti. Pare che alcune aziende che hanno subito di striscio il contraccolpo economico delle borse se ne approfittino per speculare (in nero, ovviamente) e fare denaro sulle spalle dei lavoratori. Gli straordinari non verrebbero conteggiati in busta paga, ad esempio, e sarebbero liquidati come compensi ordinari. Su tutto ciò calerebbe una cappa di omertà giustificata dalla minaccia incombente della recessione, del licenziamento, del ridimensionamento. “Se ti va bene è così, altrimenti puoi sempre rivolgerti ad altre ditte (quelle che stan chiudendo o mettendo in cassa integrazione i propri dipendenti)”. Se si tratta solo di una diceria, di semplici casi isolati, possiamo definire il tutto come racconto di dubbio gusto e tutt’altro che divertente. Nel caso in cui ciò corrispondesse a realtà, ci troveremmo di fronte a vero e proprio sciacallaggio. In una società umana civile il profitto non giustifica mai il venir meno degli obblighi legati all’etica, al rispetto reciproco, al progresso evolutivo. Il capitalismo non ha, nel suo DNA, le caratteristiche per diventare un sistema modello di umanità. La spasmodica e irrefrenabile ricerca del profitto non porta giovamento al nostro habitat, alla pacifica convivenza, al rispetto delle peculiarità del nostro essere uomini. E oggi, il sistema economico mondiale si basa sulla sola regola del capitale. Non vi sono autorità in grado di contrastarne gli usi e gli abusi, i vizi e i misfatti. Alla base di questo aberrante modello comportamentale vi è un esigenza egoistica di prevaricazione nei confronti degli altri che vengono visti come nemici da distruggere e non da avversari da superare. Un buon aiuto a sostenere la dittatura del capitale è stata la scelta della Corte Suprema statunitense di riconoscere pari dignità tra soggetti fisici e quelli giuridici e l’abbattimento dei vincoli di oggettività e di temporalità nei confronti delle società. Con il 14mo emendamento della Costituzione Americana, scritta per dare gli stessi diritti ai neri, le Corporation, sorte già nel primo Settecento, subito travolte da immensi scandali speculativi e proibite per quasi un secolo, risorte a metà Ottocento per avviare quello che diventerà il grande processo di globalizzazione del mercato mondiale dei nostri giorni, una volta che nascono e vengono riconosciute in modo legittimo non hanno più l’obbligo di sciogliersi una volta raggiunto lo scopo societario alla scadenza prefissata. Perché il CRIMINE non scade. MAI.

La politica che nessuno si può più permettere


(foto da http://gastonemariotti.com/wp-content/uploads/2008/06/casta2.jpg)
La politica che nessuno si può più permettere
Una riforma seria, che urge nel nostro Paese, è senz’altro quella che dovrà metter mano alla politica ed alle strutture pubbliche. Il Ministro Brunetta potrà piacere o meno ma una cosa su di lui va detta: non ha affatto rivoluzionato il sistema burocratizzato dell’Italia. La politica costa al cittadino una buona fetta del PIL e la struttura gerarchica, clientelare, elefantiaca e macchinosa della cosa pubblica, unita alle procedure di lavoro, strangola la libera iniziativa, la creatività del nostro settore imprenditoriale, la concorrenza. In un momento storico così difficile è impensabile credere di poter sostenere la massa di privilegi ed il costo monetario dei veri “ricchi” d’Italia ovvero degli amministratori pubblici. Quando si affronta un argomento del genere si ottiene quasi sempre, dagli addetti ai lavori, la critica di populismo e superficialità. Non si tiene conto, infatti, dei numerosi amministratori (perlopiù locali) che ricevono, per le mansioni a loro affidate, poco più che dei rimborsi spese e spesso ci rimettono del loro patrimonio personale. E’ vero. E’ assolutamente vero. Tuttavia, perdonate la mia concretezza, non è affar nostro redistribuire il reddito tra gli amministratori politici. La critica, giusta per la carità, suona un po’ come se… nel mondo del calcio si affermasse che non è vero che circolano troppi soldi perché ci sono calciatori dilettanti che non riescono a garantirsi uno stipendio pari a quello di un operaio. Come a dire che se c’è un Cristiano Ronaldo che percepisce una diaria mensile di un milione di Euro netti ve ne sono moltissimi che non riusciranno a prendere tale cifra nemmeno giocando fino all’età di pensione. Lo so che è così ma io non sono un sindacalista e quello del numero degli amministratori o dell’equità degli stipendi sono problemi interni alla categoria. Il VERO problema della politica è che il suo attuale costo è insostenibile ECONOMICAMENTE e MORALMENTE. Le fabbriche chiudono. I commercianti seguono a ruota. Gli imprenditori non sanno più che pesci pigliare e gli esperti del settore sono maledettamente in gamba nel prevedere… ciò che accadeva l’altroieri. L’economia si è contratta e gli scambi si sono rarefatti. Tutti stanno aspettando segnali positivi da parte dei mercati. Tutti, indistintamente, stanno attendendo che qualcun altro faccia la prima mossa (il che, tradotto, significa che il costo della crisi sarà pagato da poveri e operai).
L’unico luogo al mondo dove non è cambiato nulla è la politica italiana. Non c’è stata riduzione di costi, ottimizzazione dei profitti, tagli occupazionali. Nulla è cambiato. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, la crisi ha imposto ancor più all’attenzione il ruolo della politica che oggi ha più potere di quanto ne avesse ieri. E l’imposizione fiscale diminuisce sempre e solo a parole. Il disavanzo cresce per Comuni, Province e Regioni. Si dirà che è colpa degli evasori o forse della crisi. La politica italiana, quella dei 13 mila Euro di stipendio netto mensile, quella che versa tutti i mesi tra i 6 e i 9 mila Euro ai trombati delle ultime elezioni, quella che viaggia gratis in tutta Italia (e con scorta), quella del tutto è dovuto, non ha proprio nulla da farsi PERDONARE? Nel nostro Paese costa veramente più il lavoro della POLITICA? Le tasse si devono pagare. Tutte. Solo, vorremmo vedere, da cittadini contribuenti, che i nostri soldi fossero spesi per il bene di tutti e non solo per i soliti pochi e furbi.

venerdì 23 ottobre 2009

I Mutui della Mutua



I Mutui della Mutua
Mi è capitato di leggere alcune affermazioni sull’andamento dell’economia, sui tempi della crisi e sui modi con i quali uscirne da parte del Governatore della Banca d’Italia, nonchè membro del Consiglio Direttivo e del Consiglio Generale della Banca Centrale Europea, del Consiglio di Amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali, del Governatore per l’Italia nella Banca Mondiale e nella Banca Asiatica di Sviluppo e, dall'aprile del 2006, Presidente del Financial Stability Forum. Debbo ammettere che la sua strenua difesa degli economisti che si vorrebbe “rinchiusi in un pogrom” non solo non mi ha convinto ma mi ha addirittura infastidito. Forse, la sua, è stata una semplice difesa di settore, di categoria, visto e considerato che il Governatore della Banca d’Italia è, a tutti gli effetti, un economista che analizza il mercato, lo indirizza, cerca di correggerne i difetti di fondo, suggerisce la politica da seguire a politici, imprenditori e cittadini qualunque. Ciononostante, ciò che mi ha più dato fastidio è stato qualcos’altro. Ha avuto il coraggio di affermare che la ricetta economica per uscire dalla crisi (tesi peraltro condivisa, guarda caso, proprio dagli economisti) è quella di adottare una stretta creditizia in modo particolare sui mutui. Pazzesco, d’ora in avanti potrebbe accadere che per l’acquisto di una casa le banche non concederanno più mutui del 100%. Nemmeno del 90. A dire il vero il prestito non coprirà la metà del prezzo dell’immobile. Dovrà attestarsi intorno al 40%. Insomma, durante i periodi di vacche grasse le aziende creditizie non sono state in grado di svolgere la funzione principale per cui sono nate e cioè “risparmiare”. Oggi che, a detta loro, le casse sono vuote si stanno impegnando a non svolgere più, pienamente e senza vincoli, il loro compito più caratteristico: “prestare denaro”. Lo ribadisco, mi ha dato fastidio leggere le dichiarazioni di Mario Draghi. E sugli economisti, così chiudo la polemica, credo occorra lo stesso metro di valutazione di qualunque manager. Se è capace di prevedere l’andamento del mercato occorre premiarlo. Se non riesce a farlo o torna a scuola o è meglio che cambi mestiere. Più che di Draghi, oggi, c’è bisogno di maghi. Io preferisco Othelma. Almeno è più coreografico.

Il fallimento dei più furbi


Il fallimento dei più furbi
A livello politico ha destato scalpore la sentenza della Corte Costituzionale di in merito al lodo “Alfano”. Esponenti di spicco della maggioranza di Governo hanno affermato che esiste un deficit di Giustizia “giusta” nel nostro Paese e che occorre una profonda e radicale modifica delle Leggi e normative vigenti in materia. Sono d’accordo. In PARTE. Innanzitutto, nella scala delle priorità, il nostro Paese ha bisogno di lavoro, oggi più che in passato. Per poter dare nuove prospettive in tal senso, è vero, si deve metter mano anche al nostro ordinamento giudiziario. Ad esempio, favorendo la certezza del diritto sul credito. Oggi tale parola fa venire in mente la Banca ed ogni attività ad essa collegata. Esiste, tuttavia, un aspetto di fondamentale importanza per la vita stessa di ogni economia. In Italia, più che in ogni altro Stato dell’Unione, la speranza di un creditore di vedersi corrisposto il proprio credito dal debitore per via legale o compromissoria è molto flebile. Occorre rivedere, a mio avviso, l’intera normativa riguardante il fallimento. La crisi economica che attanaglia, senza esclusione, tutte le nazioni del mondo è partita da una crisi del credito. L’abbondante uso della procedura fallimentare ha così punito sia le aziende sane che quelle che non lo erano. Lo stesso meccanismo del mercato che prevede continui scambi tra i suoi soggetti ha avuto un effetto devastante sull’economia. Chi ha avuto la sfortuna di trovarsi come cliente una ditta che è fallita ha perso del denaro e molte volte questa serie impressionante di passività formatesi in poco tempo ha travolto le aziende senza distinzione. L’attuale Governo, pochi anni orsono, ha modificato le normative sul fallimento facilitando il reingresso di un fallito nel ciclo produttivo. Oggi, più che mai, chiudere un’impresa e gettare sul lastrico dipendenti e fornitori è più facile. Allo stesso modo, non ci sono più i vincoli del passato per riaprire l’azienda, con qualche ritocco, il giorno seguente. Io credo, invece, che occorra rivedere la procedura fallimentare e che sia di fondamentale importanza porre un serio paletto a questo strumento facendo si, ad esempio, che il debito non si estingua con la cessazione dell’attività ma ricada sulla parentela dei titolari o dei soci. Che cosa c’entra la Giustizia, allora? Beh, è ovvio che non è concepibile che una causa per risarcimento possa durare anni. Oltre a garantire la certezza della pena occorre accelerare i tempi per giungere ad una sentenza. E su questo, Giudici ed Avvocati, possono recitare un ruolo di primo piano su una seria riforma del settore.

sabato 10 ottobre 2009

Just in bank???


Just in bank???
Che cos’è una banca? In teoria è un azienda come tutte le altre e il suo scopo principale è quello di creare un utile per i suoi soci comprando e vendendo denaro. Ma è veramente un’azienda? No. Se lo fosse sarebbe assoggettata alle regole di mercato e si comporterebbe di fronte ad un problema allo stesso modo di qualunque altra. Non può farlo, in realtà, perché il tipo di attività che svolge non glielo permette. Facciamo un esempio: in Giappone, diversi anni fa, si resero conto che un’azienda diventava più snella, competitiva ed efficiente se adottava un metodo di lavoro che fu denominato “just in time”. Esso prevedeva un drastico abbattimento delle spese di stoccaggio e ne ridisegnava finalità e contenuti. Ogni singolo settore di produzione, ad esempio di una catena di montaggio, lavorava in perfetta simbiosi con quello che lo precedeva e quello che lo seguiva. I costi di attesa che derivavano da un guasto macchina (ad esempio) erano nettamente inferiori a quelli per immagazzinare e conservare a lungo un bene. Le aziende giapponesi producevano “giusto in tempo” ciò che serviva ai propri clienti senza assumersi i costi relativi alla prima scommessa imprenditoriale: quanti saranno i miei clienti, cosa vorranno da me e quando. Ora, voi capite che una banca non può permettersi di lavorare “giusto in tempo” né può permettersi di “scommettere”come farebbe qualunque altro tipo di imprenditore. Per questo motivo il prodotto che la banca commercializza, il denaro, si troverà nei caveau, nelle casseforti, “immagazzinato e stoccato” più di qualsiasi altra merce senza che chi ne ha veramente bisogno possa avere la remota speranza di usarlo. Io sostengo che le aziende del credito (che aziende non sono) non possono far parte della Borsa e valutate come imprese commerciali esattamente come non lo sono gli Stati nazionali. Credo occorra rivedere una bella fetta del nostro sistema economico (mondiale) per migliorare la sua (e nostra) salute.

venerdì 2 ottobre 2009

Caro Presidente Berlusconi

Caro Presidente Berlusconi

Ebbene si. Sono un inguaribile tifoso del Milan. Di questi tempi non è cosa di cui ci si può sportivamente vantare dati i risultati ottenuti con, e senza, la musichetta di Champions. Ma il Milan è più di una società di calcio. E’ quasi un modello di vita. Le due squadre milanesi sono nate a due lustri di distanza a cavallo del ‘900. Il Milan nacque per primo. L’altra squadra milanese ebbe i suoi natali più tardi. Venne formata da parte dei soci del Milan che non condividevano la scelta della società di quei tempi. Il pomo della discordia era il tesseramento di atleti stranieri. I soci “transfughi” dal Milan battezzarono la nuova entità col nome di Internazionale, per sottolinearne la caratteristica peculiare. Nel corso degli anni le due squadre mantennero fede a queste prerogative e pertanto il Milan era nazionalista e tecnico, la sua antagonista invece più esterofila e atletica. Eccezion fatta per Berlusconi, il Milan ha avuto nella sua storia presidenti più parsimoniosi, l’Inter un po’ più “passionali”. Oggi la mia squadra del cuore sta vivendo un periodo di grossa crisi addirittura peggiore di quella economica che stanno vivendo i mercati finanziari mondiali. Il Presidente Berlusconi non può o non vuole più drogare il bilancio della società facendo fronte direttamente alle perdite d’esercizio e, in accordo con l’Amministratore Delegato Adriano Galliani, ha inaugurato una politica di risparmio che io reputo intelligente, anche se tardiva. Tuttavia, vendere i gioielli di famiglia per fare cassa, affidare la gestione della squadra orfana del suo capitano ad un giovanotto di belle speranze ma privo di esperienza sul campo e una campagna acquisti e cessioni fatta senza un briciolo di competenza calcistica mi sembra un pessimo modo di andarsene via. Passi la cessione dei calciatori migliori, passi anche l’esperimento di far sedere in panchina l’ex responsabile del mercato sudamericano, quello che proprio non ho capito e l’intelligenza si ostina a non spiegarmi è come si può pensare che i problemi del Milan fino allo scorso anno possano essere diventati i punti di forza di questo. Ronaldinho non è riuscito a convincere di essere ancora un atleta, Seedorf è il giocatore più criticato dalla tifoseria, Dida ha uno stipendio di 4 milioni di euro l’anno ed è stato inserito nella lista Champions, Oddo è un calciatore che da almeno due anni non riesce a trovare la serenità necessaria per esprimere il suo valore, Tassotti è il viceallenatore nonché allenatore di una difesa che prende gol da palla inattiva con la stessa facilità con cui il deficit italiano continua a crescere, Inzaghi è il miglior centravanti che ci siamo potuti permettere nelle ultime sciagurate stagioni ma anche il motivo per cui l’unico talento vero che avevamo in squadra dopo Kakà (Paloschi) è stato rifilato al Parma e chissà se potremo mai riprendercelo, Pato ha fatto abbondantemente capire di essere il più bravo del carrozzone e non vuole più rimanere in una società che affonda (chissà quanti altri calciatori brasiliani gli stanno insegnando come ci si deve comportare a Milano per farsi cedere). Ma naturalmente tutto sta andando bene e si tratta solo di un momento sfortunato, i pali e le traverse, le azioni da gol mancate. Il gioco, tuttavia, non c’è. I risultati nemmeno. La sfortuna è un’altra cosa. La squadra che amo e che ha un posto di riguardo nel mio cuore ha uno stile diverso. Non impreca contro i fantasmi e sa prendere le decisioni importanti con la lungimiranza del buon Nostromo. Non naviga a vista nel buio più profondo.